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Granchi blu: come sono arrivati in Italia?

I granchi blu stanno invadendo le coste italiane, con effetti devastanti sull’ecosistema marino. Ma com’è stato possibile? Scopriamo come questo crostaceo è riuscito ad arrivare in Italia e cosa c’entrano le navi…

Le nostre coste sono ormai state invase e gli effetti sull’ecosistema sono catastrofici. Stiamo parlando del granchi blu, la cui presenza è stata registrata in Veneto, Lazio, Emilia-Romagna e Toscana. Si tratta, di fatto, di una specie aliena originaria dell’Atlantico che ormai da anni si sta diffondendo nel Mediterraneo. Un crostaceo molto vorace, la cui presenza è una grave minaccia per la produzione ittica nazionale, soprattutto di cozze e vongole. Il Governo ha già stanziato diversi milioni per provare a fermarne la diffusione, ma sarà, di certo, una battaglia molto complessa. Una domana sorge, però, spontanea: com’è stato possibile farlo arrivare in Italia? La sua presenza è legata alle navi e all’acqua di zavorra. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

Granchi blu e acqua di zavorra: qual è il legame?

Le navi, soprattutto quelle di grandi dimensioni, sono solite utilizzare l’acqua di mare come zavorra. Vale a dire, hanno al loro interno delle cisterne che vengono riempite all’occorrenza e svuotate una volta completato il loro compito. I natanti, infatti, devono fare i conti con il Principio di Archimede: un oggetto immerso in un fluido riceve una spinta pari al peso del fluido che è stato spostato dall’oggetto immerso. Questo significa che quando le navi viaggiano a pieno carico tendono ad immergersi in acqua, mentre quando viaggiano vuote o con minore carico tendono ad emergere dall’acqua.

Immagine | Unsplash @Marcus Dall Col – Spraynews.it

Per evitare che questo diventi un problema e che, quindi, la nave emerga troppo dall’acqua, la nave scarica attiva un sistema di zavorre con acqua di mare. L’acqua viene risucchiata nelle cisterne e la nave può partire verso un nuovo porto. A quel punto, giunta nel nuovo porto, potrà finalmente essere di nuovo caricata. E quindi? Quindi l’acqua di zavorra non serve più e viene scaricata di nuovo in mare. Proprio lì nasce l’inghippo.

Non solo granchi: i precedenti

Capita, infatti, che l’acqua di zavorra si trovi a viaggiare per migliaia di chilometri e venga scaricata in acque molto diverse da quelle dalle quali è partita. È in questo modo che i granchi blu sono arrivati in Italia, sembra sotto forma di larve, ma non si tratta dell’unico caso. Già in passato, molte volte, le acqua di zavorra hanno causato l’invasione di specie aliene nelle acque in cui sono state scaricate. Un esempio molto noto riguarda la cozza zebra, che si diffuse nei Grandi Laghi americani, trasportata involontariamente dal Mar Caspio e dal Mar Nero.

Quella del granchio blu ha, però, pochi precedenti a livello di diffusione. Il crostaceo, infatti, ha trovato nel Mediterraneo un ambiente ideale per la sua proliferazione. Per natura il granchi blu ama particolarmente la costa e soprattutto le aree vicino alle foci dei fiumi, perché meno saline. Una condizione che, sulle coste italiane, è molto frequente. Un granchio blu femmina, poi, può deporre tra 3 e 5 milioni di larve all’anno. Facile capire quanto rapida possa essere la sua diffusione, complice anche l’assenza di predatori (che dovrebbero essere polpi, tartarughe e alcune specie di pesci). Un’assenza causata anche dalla pesca.

L’impatto è stati devastante. Il granchio blu, la cui diffusione sembra inarrestabile, sta mettendo in ginocchio un comparto di eccellenza come quello ittico italiano. Come detto, sono crostacei molto voraci, che si nutrono di molte specie marine senza particolari distinzioni.

I nuovi regolamenti per le acque di zavorra

Quanto accaduto in Italia, quindi, non è un’eccezione. Per questo motivo sono state imposti negli anni numerosi vincoli. Si è arrivati, poi, nel 2017 alla Convenzione Internazionale per il controllo e la gestione delle acque di zavorra e dei sedimenti. Questa prevede due limitazioni. In una prima fase, l’obbligo per le navi di cambiare continuamente l’acqua di zavorra durante la navigazione, andando quindi a diminuire la distanza di trasporto delle specie aliene potenzialmente invasive. In una seconda fase invece le navi sono obbligate ad installare a bordo sistemi per abbattere e misurare il contenuto di microrganismi nell’acqua di zavorra.

Gli effetti, al momento, sono ancora limitati. Le stime parlano di 10 miliardi di tonnellate di acqua di zavorra trasportati ogni anno, che corrispondono a una nuova invasione da parte di specie indigene, ogni 9 settimane.

 

 

 

 

Gianluca Pirovano

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