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Lavoro, senza equità e inclusione italiani pronti a cambiare azienda

Il 75% degli italiani ritiene che gap retributivi tra uomo e donna o la mancanza di una politica di inclusione siano condizioni sufficienti per valutare un cambio di azienda

Non più solo salario inadeguato o condizioni di lavoro insostenibili. A determinare la scelta tra un posto di lavoro e un altro, oggi, intervengono anche altri fattori, tra i quali il rispetto da parte dell’azienda dei concetti di Diversità, equità e inclusione (Dei).

Le aziende italiane devono migliorare nelle politiche Dei

Il 75% dei dipendenti italiani, infatti, prenderebbe in considerazione la possibilità di cambiare lavoro se scoprisse l’esistenza di un divario retributivo di genere o l’assenza di una politica di diversità e inclusione nell’azienda. Lo rivela uno studio dell’Adp Research Institute, “People at Work 2022”.

Foto | Pixabay @pedroserapio – spraynews.it

Stando a quanto risulta dallo studio, Diversità, equità e inclusione (Dei) sono temi tutt’altro che secondari per i lavoratori italiani, che sempre più richiedono il rispetto di questi paradigmi da parte dei datori di lavoro. In altre parole, l’atteggiamento delle aziende nei confronti di questi temi è diventato fondamentale per trattenere i talenti e attrarne di nuovi.

Allo stesso tempo, l’altro dato interessante che emerge dall’ultima edizione del report, People at Work 2023, è che solo il 27% dei lavoratori italiani pensa che la propria azienda sia migliorata nelle politiche Dei rispetto a 3 anni fa. Un risultato che pone l’Italia all’ultimo posto tra gli 8 Paesi europei valutati nello studio.

L’importanza di un linguaggio inclusivo

Per agevolare l’inclusività sul luogo di lavoro e dimostrare rispetto, ad esempio, occorre partire dal linguaggio, spiega il report. Evitare una terminologia offensiva dovrebbe essere la prima regola. La multinazionale Adp, a questo scopo, ha condiviso una guida ad uso interno con i suoi 58mila dipendenti per rendere più inclusivo il linguaggio in azienda. Le indicazioni suggeriscono l’uso di un linguaggio consapevole da un punto di vista culturale, inclusivo rispetto al genere e a supporto della comunità LGBTQ+ e sconsigliano la scelta di una terminologia basata sul colore della pelle.

Invece di usare le parole blacklist o whitelist, ad esempio, per indicare rispettivamente un elenco di voci non consentite e un elenco di vocaboli ammessi o preferiti, Adp suggerisce di utilizzare “elenco non autorizzato” o “elenco autorizzato“.

Parlando invece di questioni come il genere o l’orientamento sessuale, la multinazionale suggerisce di evitare termini come “sei una femminuccia” o, al contrario, “sei un maschiaccio“. Invece di usare espressioni legate al genere per indicare caratteristiche o azioni altrui, come ad esempio “avere gli attributi“, sarebbe importante sostituirle con una terminologia neutra che spieghi allo stesso modo cosa intendiamo: in questo caso, sarebbe più opportuno parlare di “persona che dimostra determinazione“.

Giulia Echites

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